Il monitor che consuma meno non è quello più piccolo
C'è una convinzione che resiste in quasi tutti gli uffici in cui entriamo: che uno schermo piccolo consumi poco e uno grande consumi tanto. È una regola che ha funzionato fino a circa il 2012, e da allora non funziona più. Oggi capita regolarmente che il monitor da 27 pollici appena arrivato assorba meno di quello da 22 che ha sostituito, e la cosa lascia perplessi finché non si guarda dentro.
Un monitor è una lampada con un filtro davanti
La parte del pannello che consuma quasi tutto non è l'elettronica: è la retroilluminazione. Dietro il vetro c'è una fonte di luce sempre accesa, e davanti un pannello a cristalli liquidi che fa da filtro, lasciando passare più o meno luce per ogni pixel. Il filtro costa pochissimo in termini di energia. La lampada dietro costa tutto.
Questo spiega l'inversione. Gli schermi da ufficio fino all'inizio degli anni Dieci erano retroilluminati con tubi fluorescenti a catodo freddo: un 22 pollici di quella generazione sta comodamente fra i 35 e i 50 W, e li tiene fissi tutto il giorno. Il passaggio ai LED ha tagliato quella voce più o meno a metà a parità di superficie. Un 27 pollici moderno lavora fra i 20 e i 30 W in uso normale — su una superficie che è circa il 25% più grande di quella di un 24.
La diagonale è ancora un fattore: a parità di tutto il resto, più superficie vuol dire più luce da produrre. Ma «a parità di tutto il resto» quasi mai è vero fra due schermi comprati a otto anni di distanza.
Il numero che nessuno guarda
Sull'etichetta energetica europea dei monitor — quella con la scala colorata, rifatta nel 2021 — non c'è scritto un wattaggio di picco. C'è scritto il consumo in kWh per 1000 ore di funzionamento. È l'unico dato confrontabile davvero, perché è misurato con una procedura uguale per tutti e su un contenuto standard, non sul picco che l'alimentatore può erogare.
Con un'avvertenza: la scala è stata azzerata nel 2021 e le classi alte sono volutamente quasi vuote. Trovare un monitor in classe E o F non vuol dire che sia uno spreco — vuol dire che la scala è stata fatta per lasciare spazio ai prossimi dieci anni.
Le tre cose che spostano il consumo più della diagonale
- La luminosità impostata. È di gran lunga la prima. I monitor escono di fabbrica tarati per farsi notare sotto i faretti di un negozio. In un ufficio con luce normale si scende parecchio senza fatica per gli occhi, e il consumo scende insieme.
- La densità di pixel. Un pannello ad altissima risoluzione ha più circuiteria per ogni pixel, quindi lascia passare meno luce: per apparire luminoso quanto un pannello meno denso deve accendere di più la retroilluminazione. Un 4K da 27 pollici può consumare più di un Full HD della stessa misura.
- Cosa c'è attaccato dietro. Un monitor USB-C che ricarica il portatile assorbe molto di più, ma non è consumo in più: sta facendo il lavoro dell'alimentatore che è rimasto nella borsa. Gli altoparlanti e gli hub, invece, sono aggiunta pura.
E gli schermi vecchi dove vanno
Sostituire schermi vecchi con schermi nuovi e più grandi, tarati a una luminosità sensata, migliora come si lavora e abbassa il consumo nello stesso gesto — e siccome un monitor non ha picchi, quella differenza si ripete tutti i giorni. Resta la domanda di dove finiscono i vecchi. Un monitor comprato sta in azienda finché si accende, bevendo quello che beveva il giorno in cui è stato prodotto; poi diventa un rifiuto elettronico, con dentro materiali che varrebbe la pena recuperare.
Nel noleggio lo schermo torna indietro a scadenza: viene verificato e rimesso in circolo se ha ancora vita davanti, oppure smontato per separarne i materiali. Al suo posto arriva una generazione che, a parità di superficie, chiede meno energia. È lo stesso ragionamento del conto in bolletta, visto dal lato dei rifiuti — e porta alla stessa conclusione.
Vuoi sapere quanto assorbono davvero gli schermi che hai adesso? Li guardiamo uno per uno, con l'etichetta alla mano: scrivici.
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